I concerti per violino e orchestra di Mozart

Introduzione

Il concerto n.1 in si bemolle maggiore k. 207

Il concerto n.2 in re maggiore k. 211

Il concerto n.3 in sol maggiore k. 216

Il concerto n.4 in re maggiore k. 218

Il concerto n.5 in la maggiore k. 219

Il concerto n. 3 in sol maggiore k. 216

Mozart concluse la composizione del concerto in sol maggiore il 12 settembre 1775, a distanza di soli tre mesi dal secondo concerto. Tuttavia la distanza stilistica che separa i due brani è tale da far orientare la critica verso una suddivisione del corpus dei concerti in due blocchi, il secondo dei quali si apre proprio con il concerto in sol.
La scrittura solistica appare qui individuata nella sua definitiva essenza, in cui eleganza, brillantezza e cantabilità si fondono, dando vita ad uno stile di ideae perfezione. La forma-sonata raggiunge una elaborazione ed un equilibrio esemplari, ma è soprattutto il carattere dei temi e della condotta musicale a raggiungere una nuova e più convincente maturità.
Decisamente evoluto è inoltre il rapporto fra solista ed orchestra, la quale ora interviene con una funzione non più di semplice supporto armonico, ma come soggetto di un dialogo; ciò restituisce al brano una dimensione sinfonica che i precedenti concerti non possedevano.
Il primo movimento è un Allegro, la cui introduzione orchestrale, prima dell'entrata del solista, ha dimensioni doppie rispetto a quelle dei primi due concerti.
Il carattere del brano è riferibile al più tipico linguaggio mozartiano dell'epoca, che tende a staccarsi sempre più dai moduli dello Stile galante per trovare una propria dimensione nella quale si rileva l'influsso dello stile vocale operistico e dell'esperienza sinfonica che procedeva di pari passo. Il tema iniziale del concerto ricorda espressamente l'aria di Aminta dal dramma per musica Il re pastore K. 208, composto poco prima, e a conclusione dello Sviluppo del primo movimento si trova una chiara allusione ai moduli del recitativo operistico.
Di grande suggestione è il secondo movimento, Adagio, che prescrive fra l'altro l'uso della sordina negli archi dell'orchestra, alla ricerca di un colore particolare, rimarcato anche dalla indicazione del compositore di sostituire i due oboi dell'orchestra con due flauti, procedimento peraltro molto raro.
Il Rondò finale è ricco di umorismo, ottenuto essenzialmente con repentini e imprevedibili cambi di tempo e di tonalità.

Allegro
Adagio
Rondò (Allegro)

Durata: 22 minuti