Appunti dal web, dagli scritti di Michele Trenti

Compositori-esecutori 01/03/2009

Sino alla fine del XIX secolo erano rari i casi di compositori importanti che non fossero anche valenti esecutori di qualche strumento; tra le eccezioni, Berlioz, Wagner e Schoenberg, tutti radicali innovatori, certamente anche grazie ad una assimilazione più criticamente filtrata dei linguaggi ereditati.
Oggi troviamo, al più, compositori – direttori, il che non ha lo stesso significato ai fini delle considerazioni seguenti. Se è vero infatti che la pratica del fare musica, e la routine che spesso ne consegue, può portare ad appiattimenti su posizioni impersonali e all’utilizzo di materiali il cui senso viene banalizzato dal continuo uso, sarebbe tuttavia auspicabile ridurre la distanza eccessiva che nella musica colta si è creata tra composizione ed esecuzione; dico questo nella consapevolezza che nell’attuale mondo musicale l’esigenza di esasperata specializzazione ha reso particolarmente difficile al musicista coltivare differenti competenze. Si osserva tra l’altro la scomparsa quasi totale della pratica dell’improvvisazione, vuoi a causa di una deriva intellettualistica della musica, vuoi per l’abitudine alla perfezione esecutiva che rende mal sopportabili le inevitabili inesattezze che l’improvvisazione porta con sé; tale prassi può avere invece risvolti fecondi sul pensiero musicale di chi vi si applica.


Tra realismo e simbolismo 23/02/2009

L’arte dell’ultimo secolo si è mossa in uno spazio compreso tra gli opposti estremi dell'allegorico – cioè la tendenza ad attribuire al linguaggio valore simbolico, con necessità di decodificazione attraverso la conoscenza di codici culturali per l’accesso al suo significato – e del "reale" – cioè la concezione di un linguaggio con un vocabolario che trasmette in modo immediato significati ed emozioni, grazie al valore intrinseco del materiale non dipendente dal contesto culturale nel quale viene espresso (non uso i termini di simbolismo e realismo, che hanno accezioni proprie). Entrambe le posizioni sono parziali, ed un artista dovrebbe cercare una sintesi delle due. Se è fondamentale lo sforzo, di impronta realistica, di dare un fondamento materiale concreto ai simboli utilizzati, affinché non siano vuoti e velleitari, è altresì necessario comprendere la valenza simbolica dei processi di fruizione estetica, per non sfociare in mera attività di induzione di sensazioni fini a se stesse.
Il simbolo è efficace per via di una sua propria pregnanza, e non per un’attribuzione forzata di significato, come sovente preteso da linguaggi che hanno ambito ad imporsi come “nuovi”. È peraltro innegabile che la valenza “reale” del simbolo è soggetta a variare, entro certi limiti, nel tempo e nel mutare dei riferimenti culturali.


Catarsi 08/02/2009

Siamo generalmente propensi a riconoscere in ciò che l’artista crea anzitutto l’espressione di se stesso, al di là delle occasioni particolari di ispirazione, le quali di certo lo sollecitano, ma gli si impongono proprio in quanto egli è già predisposto e per così dire “in attesa” di quel particolare motivo da esprimere.
Se vogliamo approfondire la questione dobbiamo partire dall’osservare che l’artista in realtà è portato ad esprimere non tanto ciò che è, inteso come ciò che ha acquisito e che possiede, quanto piuttosto ciò cui anela, ciò verso cui istintivamente tende, ma che sente come non ancora raggiunto, ovvero come qualcosa che gli manca; probabilmente in effetti ciò di cui sentiamo l’esigenza – in termini spirituali - rappresenta ciò che "siamo" più profondamente rispetto a ciò che possediamo, risultato delle situazioni contingenti piuttosto che di scelte personali.
Da qui la spiegazione di come opere di carattere lieto, sereno o gioioso possano venire alla luce in periodi di grave crisi personale dell’artista, e viceversa periodi lieti possano favorire l’emergere di esigenze e domande profonde, a volte critiche. In tutto questo possiamo intravedere la formula aristotelica dell’arte come catarsi, se applicata all’artista anziché al pubblico fruitore.

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