Appunti dal web, dagli scritti di Michele Trenti

Catarsi

08/02/2009

Appunti di Michele Trenti

Siamo generalmente propensi a riconoscere in ciò che l’artista crea anzitutto l’espressione di se stesso, al di là delle occasioni particolari di ispirazione, le quali di certo lo sollecitano, ma gli si impongono proprio in quanto egli è già predisposto e per così dire “in attesa” di quel particolare motivo da esprimere.
Se vogliamo approfondire la questione dobbiamo partire dall’osservare che l’artista in realtà è portato ad esprimere non tanto ciò che è, inteso come ciò che ha acquisito e che possiede, quanto piuttosto ciò cui anela, ciò verso cui istintivamente tende, ma che sente come non ancora raggiunto, ovvero come qualcosa che gli manca; probabilmente in effetti ciò di cui sentiamo l’esigenza – in termini spirituali - rappresenta ciò che "siamo" più profondamente rispetto a ciò che possediamo, risultato delle situazioni contingenti piuttosto che di scelte personali.
Da qui la spiegazione di come opere di carattere lieto, sereno o gioioso possano venire alla luce in periodi di grave crisi personale dell’artista, e viceversa periodi lieti possano favorire l’emergere di esigenze e domande profonde, a volte critiche. In tutto questo possiamo intravedere la formula aristotelica dell’arte come catarsi, se applicata all’artista anziché al pubblico fruitore.